lunedì 22 dicembre 2014

occhio bionico, in diretta mondiale

Occhio bionico, in diretta mondiale

Medici collegati via internet con Careggi. Una donna che non vede da 50 anni ora torna a sperare.

FIRENZE. Aveva 15 anni la signora B. quando una gravissima forma di retinite pigmentosa l'ha resa non vedente. Il buio totale è durato quasi cinquant'anni, ora all'età di 62 anni un microchip impiantato sulla retina dell'occhio destro e collegato ad una piccola telecamera su occhiali speciali potrà consentirle di vedere le sagome dei propri cari, le forme rudimentali degli oggetti, muoversi finalmente riconoscendo e soprattutto evitando gli ostacoli anche se tutto in bianco e nero. «Per noi può sembrare poco, ma per chi da anni non ha che il buio davanti a sé non è solo restituirgli parte della vista, ma è come restituirgli la vita», spiega il dottor Stanislao Rizzo, il primario di Oculistica di Careggi che ieri mattina in diretta streaming per consentire agli specialisti di tutto il mondo di assistere alle fasi di impianto del microchip ha effettuato l'intervento durato poco più di un'ora, 85 minuti. «Careggi è l'unico ospedale in Italia a poter disporre di tale tecnologia ed uno dei cinque in Europa spiegano dal policlinico ed è per questo motivo che è stato scelto di diffondere in diretta l'intervento, in considerazione del grande interesse della comunità scientifica internazionale». Rizzo ha già operato tredici persone, il primo intervento (al mondo) risale ad ottobre del 2011 al Cisanello di Pisa, da dove la direttrice di Careggi Monica Calamai ha strappato il noto chirurgo alcuni mesi fa: «I pazienti stanno bene, il sistema gli ha permesso di recuperare parzialmente la vista spiega Rizzo Non potranno certo leggere il giornale, o vedere il colore degli occhi dei propri figli, ma il fatto che a tutte queste persone l'intervento abbia cambiato la vita è qualcosa che ancora mi mette i brividi, considerando poi che con gli anni potranno avere delle immagini sempre più nitide». Forse molto presto arriveranno i colori, triplicheranno i pixel, ma soprattutto nessuno può oggi immaginare cos'altro ancora scienza e ricerca potranno dare a questo sistema che una volta impiantato può soltanto migliorarsi. L'occhio bionico è una retina artificiale che sostituisce quella naturale distrutta dalla retinite pigmentosa, una malattia che danneggia le cellule della retina (i fotorecettori) che trasmettono le immagini con impulsi elettrici al cervello. I sessanta pixel del microchip non fanno altro che sostituire i fotorecettori e dunque ricevono lo stimolo luminoso dalla telecamera sugli occhiali e lo trasmettono, come impulso elettrico, al cervello. Sono milioni i fotorecettori sulla retina, e questo spiega perché con l'aumento dei pixel attraverso nuovi software in arrivo si potrà sempre di più migliorare la vista ai pazienti con l'occhio bionico: «Oggi tramite il computerino che portano sulla cintura possono anche aumentare o diminuire la luminosità, utilizzare lo zoom, proprio come se stessero gestendo una telecamera spiega Rizzo Sono fiducioso che con i software in arrivo presto potranno vedere anche i colori e magari leggere sul computer parole naturalmente con lettere grandi». Ieri con Rizzo in sala operatoria c'erano i chirurghi Caporossi e Cinelli, gli infermieri guidati dalla coordinatrice Turrisi e gli anestetisti capitanati dalla dottoressa Adembri. Un centinaio le operazioni svolte in tutti i Paesi che hanno riguardato solo persone non vedenti a causa della retinite pigmentosa: «Sarebbe inutile intervenire su pazienti con un residuo campo visivo aggiunge Rizzo Ma stiamo studiando il modo per avviare interventi sulle altre patologie che rendono le persone non vedenti». L'unica cosa impossibile ad oggi sembra soltanto quella di dare la speranza di vedere a chi è cieco dalla nascita: «Il punto è che l'area della visione nel cervello si forma da 0 a 6 anni, riceve informazioni utili per svilupparsi: senza di queste è come voler registrare qualcosa senza un registratore conclude Rizzo Ma la scienza ci insegna che non bisogna mai dire mai ».


di Gaetano Cervone

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